martedì 30 luglio 2019

Graves, le tre età della donna e la trinità cristiana

Nell’introduzione al suo volume ‹I miti greci› (1955, ed. Longanesi 2011), a p. 6 Robert Graves scrive:
Le tre fasi della Luna si riflettevano nelle tre fasi della vita della matriarca: vergine, ninfa (nubile) e vegliarda. In seguito, giacché l’annuale corso del Sole ricordava anche il crescere e il decrescere delle sue forze fisiche (la primavera come vergine, l’estate come ninfa, l’inverno come vegliarda), la dea fu identificata con i mutamenti stagionali che segnavano la vita delle piante e degli animali, e dunque con la Madre Terra che all’inizio dell’anno vegetativo produce soltanto foglie e boccioli, poi fiori e frutta e infine si isterilisce. La dea fu identificata poi con un’altra triade: la vergine dell’aria, la ninfa della terra e la vegliarda del mondo sotterraneo, personificate rispettivamente da Selene, Afrodite ed Ecate. Queste mistiche analogie contribuirono a dare un carattere sacro al numero tre e la dea Luna fu simboleggiata dal numero nove quando ciascuna delle sue tre persone (vergine, ninfa e vegliarda) si manifestò in triade per dimostrare la sua divinità. I fedeli della dea non scordarono mai del tutto che essa era una dea sola e non tre dee; ma nell’epoca classica il santuario di Stinfalo in Arcadia era uno dei pochi dove tutt’e tre le persone della triade portassero lo stesso nome: Era.

A dir la verità, ci pare di notare qualcosa di incongruo nella denominazione di queste 3 fasi: “vergine, ninfa (nubile) e vegliarda”; a parte che la “verginità” è dubbio avesse all’epoca il valore che le venne attribuito assai più tardi (in un contesto decisamente patriarcale), la prima fase dovrebbe includere infanzia e fanciullezza; “nubile” da noi significa “adatta alle nozze” (ma non ancora maritata), e solo il significato di “vegliarda” è univoco; le 3 fasi dovrebbero allora più ragionevolmente esser dette “fanciulla” (nel senso di prepubere), “matura” o “adulta” (in quanto atta al sesso e alla procreazione) e, se vogliamo, “vegliarda”… a qualcuno potrebbe tornare in mente un famoso quadro di Klimt, ‹Le tre età…› e viene spontaneo chiedersi se l’artista avesse presenti l’origine antichissima e la valenza mitica di questa triade.

«Queste mistiche analogie contribuirono a dare un carattere sacro al numero tre […]», scrive Graves; il “carattere sacro” del tre sarebbe dunque ben precedente al dogma della trinità del Cristianesimo, e precedente addirittura al riconoscimento del ruolo maschile nella procreazione, mentre la trinità cristiana (padre, figlio e spirito santo) deriva dalla palese distorsione dello schema familiare (padre, madre e figlio) per “eliminazione” della donna, che viene “recuperata” solo nella figura asessuata della Vergine, ma rimane comunque estranea alla trinità stessa.

«[…] la dea Luna fu simboleggiata dal numero nove […]»: 3×3, ovvero 3², “tre al quadrato”, che però non pare abbia avuto nel prosieguo un successo comparabile a quello della sua base, perlomeno in ambito religioso; dobbiamo però rilevare che le cifre “arabe” – in realtà di provenienza indiana – attualmente in uso, all’epoca in cui vennero introdotte in Europa da Fibonacci erano esattamente 9, alle quali si aggiungeva lo zero, di provenienza ancor più orientale. Solo in seguito lo zero divenne una cifra come tutte le altre, eppure conserva ancora oggi qualcosa di misterioso e di intrigante, reminiscenza della sua diversa origine.

Il sommario del volume di Robert Graves è consultabile qui.

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mercoledì 17 luglio 2019

Graves, Patai… e il dito mignolo di Dio

Il 4° capitolo del volume di Robert Graves e Raphael Patai, ‹I miti ebraici› (1963, ed. Longanesi 1980), tratta di alcuni aspetti curiosi della creazione riportati dalla tradizione midrashica (a partire da fonti del IV e V sec.); alle pp. 46-47 (punti e-f) si legge:
Dio trovò le maschili acque superiori e le femminili acque inferiori strette in un abbraccio appassionato. «Che una di voi si innalzi», ordinò, «e che l’altra precipiti». Ma esse si levarono insieme, perciò Dio chiese: «Perché vi siete levate insieme?» «Noi siamo inseparabili», risposero a una sola voce, lasciaci al nostro amore!» Dio, col solo dito mignolo, le strappò l’una dall’altra, levando le acque superiori sopra di sé e abbassando le acque inferiori sotto di sé. Per punirle della loro tracotanza, avrebbe voluto bruciarle col fuoco, ma esse chiedevano pietà. Allora, le perdonò a due condizioni: che durante l’esodo, permettessero ai figli di Israele di passare sul suolo asciutto, e che impedissero a Giona di fuggire con una nave a Tarshish.
In quel frangente, le acque divise sfogarono l’agonia della loro separazione correndosi incontro sfrenatamente, e sommergendo le cime dei monti. Ma quando le acque inferiori sfiorarono proprio la base del trono di Dio, egli le colpì con la sua collera e le calpestò sotto i suoi piedi.

Si può notare innanzitutto la pervasività – comune peraltro a molti racconti della creazione – del discorso diretto: Dio parla con le acque… e queste gli rispondono pure! Questa particolarità non può essere casuale, implica ad esempio una sorta di “originarietà” del pensiero verbale, che di conseguenza non può essere frutto dell’elaborazione, evoluzione, trasformazione di qualcos’altro.

In secondo luogo, appare anche evidente come, a dispetto della trascendenza quale elemento ritenuto imprescindibile della concezione monoteista, aspetti manifestamente antropomorfi dell’immagine divina (il mignolo, i piedi) persistano nei secoli – qui son passati più di mille anni dal rientro dall’esilio a Babilonia – e viene spontaneo chiedersi quanto vi sia tuttora di antropomorfo nella concezione che di Dio hanno i vari monoteisti moderni.

Si potrebbe forse ipotizzare che il “pensiero religioso” sia fatto “a strati”: sotto livelli che possono raggiungere una notevole astrazione “filosofica”, permangono immagini e credenze spesso inespresse, talvolta di un’ingenuità che potrebbe sembrare puerile, talvolta prossime al delirio manifesto, spesso autocontraddittorie e logicamente incompatibili le une con le altre, ma che comunque sostengono la struttura complessiva di credenze.

Sarebbe interessante indagare se un’analoga struttura dinamica e contraddittoria permanga sottostante anche alla moderna razionalità, e in particolare a quella scientifica.

Un’ulteriore considerazione circa le condizioni imposte da Dio alle acque per evitare la punizione del fuoco (il passaggio del Mar Rosso e la fuga di Giona): evidentemente nella mente di Dio tutto lo svolgersi degli eventi nel tempo è concentrato in una sorta di eterna simultaneità, e non esiste libero arbitrio (umano, ma neppure divino) che possa modificare il corso degli accadimenti in un senso che non sia prevedibile e quindi, essendo Dio onnisciente, previsto. All’epoca dei fatti – per così dire – Adamo non era ancora stato creato, e forse neppure “ideato” nella mente di Dio, e ancor meno poteva esserlo la sua discendenza; però chiaramente lo era all’epoca delle elucubrazioni degli autori delle fonti midrashiche prese in esame.

NOTA 1: tuttavia le “le cime dei monti” già esistevano, altrimenti come avrebbero fatto le “acque inferiori” a sommergerle? Segno che questa “eterna simultaneità” non è solo nella mente di Dio, ma in qualche modo “deborda” e raggiunge il mondo naturale esterno – almeno nelle fantasticherie dei “sapienti” del midrash.

NOTA 2: il racconto riecheggia vagamente quello babilonese della lotta tra Tiamat e Marduk, il cui esito è “l’uccisione” di Tiamat e la divisione in due del suo enorme corpo, la metà superiore andando a costituire il cielo, la metà inferiore la terra; si veda qui una nostra annotazione sui riferimenti al “matriarcato originario” in tali miti.

NOTA 3: il successivo punto 4 (a p. 50) riconduce il mitema dell’implorazione delle acque a un episodio dell’‹Iliade›:
L’implorazione di pietà rivolta dalle acque quando Dio minacciò di prosciugarle col fuoco, è reminiscenza dell’‹Iliade›, quando Efesto minacciò di avvolgere nel fuoco le rive dello Xanto facendo ribollire le acque fino a costringerle alla resa. Nondimeno, è possibile vi sia una fonte comune: quanto Omero deve ai miti del vicino Oriente diventa sempre più evidente.
I due autori non lo dicono, ma è altrettanto evidente che i sapienti cultori del midrash non erano da meno.

Il sommario del volume di Robert Graves e Raphael Patai è consultabile qui.

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lunedì 15 luglio 2019

Graves e Patai, Aczel e il rabbino Akiva ben Joseph

Il 3° capitolo del volume di Robert Graves e Raphael Patai, ‹I miti ebraici› (1963, ed. Longanesi 1980), è dedicato al tema della “Cosmologia mitica”; a p. 45 (punto 4) si legge:
Nei tempi del Talmud, le considerazioni sulla struttura dell’Universo erano chiamate ‹ma‘asse merkabhah› «ciò che riguarda il carro», perché pertinenti al carro divino descritto da Ezechiele. I Farisei consideravano pericolosi gli studi di queste cose e parecchie leggende parlano di studiosi che omisero necessarie precauzioni: Ben Azzay morì all’improvviso, Ben Zoma impazzì, Elisha ben Abuya divenne eretico; soltanto il rabbino Akiba sopravvisse, grazie alla sua umiltà e circospezione […].


“Nei tempi del Talmud” significa in sostanza dopo la distruzione del II Tempio, ma non vi sono nel testo indicazioni cronologiche più precise. Una ricerca su internet fornisce alcune informazioni aggiuntive che ricaviamo dalla pagina di wikipedia dedicata al rabbino Akiva (https://it.wikipedia.org/wiki/Rabbi_Akiva):
Akiva ben Joseph, semplicemente noto come Rabbi Akiva (in ebraico: רבי עקיבא‎; Lod, 40 – Tiberiade, 137), è stato un rabbino ed erudito ebreo tanna, martirizzato e ucciso dai romani.
Grande autorità della tradizione ebraica ed uno dei principali contributori all’‹Halakha›, alla ‹Mishnah› e ai ‹midrashim›. Viene citato nel Talmud come ‹Rosh la-Chakhamim› (“Capo di tutti i Saggi”), ed è considerato come uno dei primi fondatori dell’ebraismo rabbinico. È il settimo Saggio più citato della ‹Mishnah›.

Tralasciamo i dettagli del “martirio” che avrebbe posto fine alla sua esistenza terrena (all’età di 97 anni?), ma wikipedia non ci chiarisce di che parlino Graves e Patai; ci sovviene però di un passo letto diversi anni fa. Amir D. Aczel, nel suo volume ‹Il mistero dell’alef› (Il Saggiatore 2002), capitolo 3, ‹Cabala› (pp. 29-30), scrive:
A seguito di questo evento traumatico [la distruzione del II Tempio], la classe dirigente ebraica si disperse in Giudea, e un certo numero di saggi si stabilì a Jabneh, lontano da Gerusalemme, città nella quale era stato proibito agli ebrei di risiedere. Questi primi rabbini, che sostituirono i sacerdoti del Tempio, fondarono un’accademia. Tra loro c’era un uomo che sarebbe diventato una grande guida spirituale del popolo ebraico, il rabbino Akiva ben Joseph (50-135 d.C.).
Il rabbino Akiva scrisse una raccolta di saggi intitolata ‹Ma‘asêh merkavah› (L’opera del carro), che indicava ai credenti una nuova strada verso la spiritualità. Il suo metodo consisteva nel presentare una serie d’immagini di “palazzi” celesti, al fine di promuovere la meditazione e, attraverso questa, l’accostamento al divino. Sembra però che Akiva si fosse imbattuto in un metodo che imponeva sforzi troppo intensi alla mente umana. Le meditazioni prescritte dal rabbino richiedevano, infatti, esperienze extracorporee e stati mentali alterati ed estatici precedentemente ignoti alla cultura occidentale. Ma se le visioni dei palazzi celesti lungo la via che porta a Dio erano vivide e intense, Akiva esortava i suoi allievi a non abbandonarsi alle allucinazioni e a non perdere il contatto con la realtà. «Quando entri nelle pietre pure di marmo [uno stadio della meditazione]» scriveva «non dire “Acqua! Acqua!” poiché il Salmo ci dice: “Colui che mente non rimarrà dinnanzi agli occhi miei”».
Akiva utilizzava passi biblici e cantilene da lui stesso composte come mezzi per raggiungere uno stato mentale di tipo meditativo. Uno di questi espedienti consisteva nella visualizzazione di una luce infinitamente luminosa, la quale simboleggiava la ‹chaluk›, la veste che copriva Dio quando apparve a Mosè sul monte Sinai. Con le loro meditazioni, Akiva e i suoi allievi si proponevano di provare un’esperienza di intensità pari a quella di Mosè quando poté vedere la figura di Dio.
Secondo la leggenda, Akiva e altri tre rabbini entrarono insieme nei palazzi della meditazione. La loro esperienza fu così intensa che il primo, Ben Azai, diede uno sguardo alla luce infinita e morì, perché la sua anima desiderò raggiungere la fonte della luce tanto ardentemente da abbandonare il corpo e svanire. Il secondo, il rabbino Elisha ben Abuya, rivolse lo sguardo alla luce e vide due esseri divini anziché uno. E così divenne un apostata. Il terzo, Ben Zoma, vide la luce infinita della veste di Dio e perse la ragione, perché non riuscì a riconciliare la vita di ogni giorno con tale visione. Soltanto il rabbino Akiva riuscì a sopravvivere a questa esperienza.

Nel séguito, lo sviluppo e l’elaborazione di questi metodi e di queste conoscenze avrebbe dato origine, nella Spagna dell’XI sec., alla Cabala. Ad ogni modo, Ben Azzay (Ben Azai), Ben Zoma e Elisha ben Abuya erano tutti in qualche modo seguaci di Akiba (Akiva ben Joseph), se non direttamente, almeno per il tramite dei suoi scritti e del suo metodo.

NOTA: all’inizio del cpv. citato (di Graves e Patai), «[…] le considerazioni sulla struttura dell’Universo erano chiamate ‹ma‘asse merkabhah› “ciò che riguarda il carro” […]» ma, secondo Aczel, ‹Ma‘asêh merkavah› (“L’opera del carro”) è il titolo di una raccolta di saggi in cui lo stesso Akiba (Akiva ben Joseph) esponeva il suo metodo.

Il sommario del volume di Robert Graves e Raphael Patai è consultabile qui.

Il sommario del volume di Amir D. Aczel è consultabile qui.

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mercoledì 10 luglio 2019

Graves e Patai, il matriarcato originario e il pensiero per immagini

Il 2° capitolo del volume di Robert Graves e Raphael Patai, ‹I miti ebraici› (1963, ed. Longanesi 1980), raccoglie le tracce di antiche cosmogonie sparse in diversi passi della Bibbia ma incongruenti con le 2 versioni riportate nella ‹Genesi›, versioni peraltro già in disaccordo tra loro per diversi aspetti. Negli elementi considerati i 2 autori individuano la memoria di un’antica transizione da un’organizzazione sociale di tipo “matriarcale” a una struttura “patriarcale” assai più rigida; in particolare, a p. 34 (al punto 1) si legge:
Questa terza versione della creazione, dedotta da riferimenti biblici, esclude quelli della ‹Genesi› e richiama non soltanto le cosmogonie di Babilonia, ma anche quelle ugariche e cananee; e amplia notevolmente la breve allusione a Tohu, Bohu e all’abisso. Creatori come El, Marduk, Baal o Jehovah, dovettero prima lottare contro le acque, che i profeti personificano nel Leviathan, in Rahab o nel Drago gigante, non soltanto perché la creatrice era considerata dea della fertilità e quindi dell’acqua, ma perché il matriarcato veniva tradotto nel mito come una caotica fusione dei due sessi; il che ritardava la stabilità dell’ordine sociale patriarcale, come la pioggia che cadeva nel mare ritardava l’apparire della terra secca. Le origini, quindi, del maschio e della femmina dovevano essere dapprima giustamente separate, come quando il cosmocreatore egiziano Shu strappò la dea del cielo Nut all’abbraccio del dio della terra Geb; o quando Yahweh Elohim separò l’acqua superiore maschile dal connubio con l’acqua inferiore femminile […]. E quando il babilonese Marduk tagliò Tiamat in due, stava, in realtà, strappandola ad Apsu, dio delle acque superiori.

Sembra evidente che la nuova struttura patriarcale tendeva a proporsi come “ordine”, in contrasto – non si sa quanto violento – con il “disordine” matriarcale (il famigerato “caos”, o ‹tohu wa-bohu›); la parola che non viene pronunciata – o piuttosto scritta – dai 2 autori è “promiscuità”, nel senso che quel che essi intendono per “matriarcato” doveva avere ben poco di “monogamico”.

In questo senso sarebbero forse da interpretare le ingenerose critiche opposte nel ‹Poema di Gilgamesh› dal re di Uruk alle profferte amorose di Inanna-Ishtar, “dea dell’amore e della guerra”.

Potrebbe anche essere suggestivo considerare che da allora – cioè fin dall’avvento del patriarcato, ben rappresentato da Marduk, con la sua tendenza progressiva a egemonizzare il pantheon – la donna è tuttora divisa in due, cioè “scissa”, tra l’immagine della moglie e madre (l’ideale della madonna, per i cattolici) e quella della prostituta (prostituta anche “sacra” un tempo, ma oggi solo ed esclusivamente profana); ed è proprio questa scissione, continuamente riproposta, che, a dispetto dei tentativi di rivendicare una parità di condizione sociale, impedisce alla donna di ottenere un’identità propriamente e compiutamente “umana”.

Le evidenti similitudini fra le tradizioni mitologiche mesopotamiche, egizie ed ebraiche sembrano suggerire che le rispettive cosmogonie abbiano una base comune, forse non tanto a livello testuale – da intendere come “pensiero verbale”, anche se non necessariamente scritto – quanto a livello iconografico, nel senso del “pensiero per immagini”; e questa considerazione permette di ipotizzare che la transizione dal “matriarcato” al “patriarcato” sia avvenuta in un’epoca in cui il “pensiero per immagini” era quantomeno prevalente rispetto a quello “verbale”.

Il sommario del volume di Robert Graves e Raphael Patai è consultabile qui.

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martedì 9 luglio 2019

Graves e Patai, Yahweh come dio-serpente e l’uovo universale

Nel 2° capitolo del loro volume ‹I miti ebraici› (1963, ed. Longanesi 1980), Robert Graves e Raphael Patai esaminano le tracce di antiche cosmogonie presenti in diversi passi della Bibbia e in contrasto con le 2 versioni presenti nella ‹Genesi›; ad esempio, a p. 36 (punto 6) si legge:
Gli eretici Ofiti del primo secolo d.C. credevano che il mondo fosse stato generato da un serpente. Il serpente di ottone, fatto, secondo una tradizione ebraica, da Mosè per comando di Dio (‹Numeri› XXI 8-9) e venerato nel tempio santuario finché non fu distrutto dal riformatore re Ezechia (‹II Re› XVIII 4), suggerisce che Yahweh era stato una volta identificato con un dio-serpente, come Zeus lo era nell’arte orfica. Il ricordo di Yahweh come un serpente sopravvisse fino a tardi in una ampia midrash, secondo la quale, quando Dio assalì Mosè e cercò di farlo morire (‹Esodo› IV 24 sgg.) nella sua dimora deserta, in piena notte, assunse la forma di un enorme serpente e ingoiò Mosè fino ai lombi. L’usanza a Gerusalemme di uccidere le vittime sacrificali nel lato nord dell’altare (‹Levitico› I 11; M. Zebahim V 1-5) ci riporta al culto di un primitivo vento del nord, simile a quello di Atene. Presumibilmente, nel mito originale, la grande madre sorse dal caos; al suo apparire il vento si trasformò in serpente e la fecondò; essa si trasformò in un uccello (colomba o aquila) e depose l’uovo universale, intorno al quale il serpente si avviluppò facendolo schiudere.

Sembra assai curiosa l’ipotesi che Yahweh sia stato in origine un dio-serpente, considerando il ruolo che il serpente gioca nella storia del peccato originale e la conseguente cacciata di Adamo ed Eva, cioè dei progenitori dell’intero genere umano, dal paradiso terrestre.


Oltretutto, nel noto poema mesopotamico, è un serpente anche quello che ruba e divora la “pianta della vita” ottenuta, dopo tante tribolazioni, da Gilgamesh (talvolta nella grafia Gilgameš), prima che questi possa portarla a Uruk.

Il sommario del volume di Robert Graves e Raphael Patai è consultabile qui.

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giovedì 4 luglio 2019

Graves, Patai, la Creazione e la settimana babilonese

Nel 1° capitolo del loro volume ‹I miti ebraici› (1963, ed. Longanesi 1980), Robert Graves e Raphael Patai mettono in rilievo le differenze tra i due racconti della Creazione presenti nella Genesi; nei punti 5 e 6 (alle pp. 26-28) si legge:
La prima versione della creazione (‹Genesi› I 1 - II 3) fu composta a Gerusalemme, poco dopo il ritorno dall’esilio babilonese. In essa Dio viene chiamato «Elohim». La seconda versione (‹Genesi› II 4-22) è pur essa ebraica, probabilmente di origine edomita e precedente all’esilio. In essa Dio fu originariamente detto «Yahweh», ma il trascrittore trasformò il nome in «Yahweh Elohim» (tradotto poi come il signore Iddio identificando il Dio della prima Genesi con quello della seconda Genesi e dando alla versione un’apparenza di conformità. Non eliminò tuttavia certi particolari contraddittorii nell’ordine della creazione, come si può constatare dalla seguente tabella:


Ebrei e cristiani sono sempre rimasti perplessi dinanzi a queste contraddizioni, cercando a mano a mano di spiegarle. Dallo schema dei sette giorni deriva, in primo luogo, la mitica ragione per l’osservanza, da parte dell’uomo, del sabato, dato che Dio, riposando nel settimo giorno, lo santificò e lo benedì. Questa precisazione è esplicitamente fatta in una versione dei dieci comandamenti (‹Esodo› XX 8-11). Alcuni dei primi rabbini commentatori osservano che gli elementi essenziali furono creati durante i primi tre giorni, e abbelliti, completati durante gli altri tre, e che si può trovare una esatta simmetria fra il primo e il quarto giorno, il secondo e il quinto, il terzo e il sesto.


Questo schema, e altri dello stesso tipo, provano l’intenzione dei sacerdoti ebraici di avvalorare Dio con pensieri sistematici, coordinati. Questa loro fatica, tuttavia, non sarebbe stata necessaria se avessero ricordato che l’ordine della creazione era legato all’ordine planetario degli dèi nella settimana babilonese, e quindi ai sette bracci del sacro candelabro o Menorah; tanto Zaccaria nelle sue visioni (IV 10) quanto Giuseppe Flavio (‹Guerre› V 5, 5), trovarono questa identificazione fra la Menorah e i sette pianeti, e dicono che Dio aveva proclamato esclusivamente suoi quei poteri planetari. Poiché Nergal, un dio pastorale, venne considerato terzo nella settimana, mentre Nabu, dio dell’astronomia, venne posto al quarto giorno, i campi ebbero la precedenza sulle stelle, nell’ordine della creazione. L’‹Enuma Elish› ha quindi il seguente ordine: separazione del cielo, della terra e delle acque; creazione dei pianeti e delle stelle; creazione delle erbe e degli alberi; creazione degli animali e dei pesci (ma la quinta e la sesta tavoletta sono frammentarie); creazione dell’uomo da parte di Marduk col sangue di Kingu.


A dire il vero, la considerazione dei 2 autori circa l’ordine di Nergal e Nabu sembra un po’ incongruente: l’‹Enuma Elish› prevede infatti prima stelle e pianeti, e poi le piante, non il contrario; mentre nella “prima genesi” – quella successiva all’esilio babilonese – l’ordine non risulta del tutto chiaro, prevedendo essa prima il “firmamento”, poi “erba e alberi”, e quindi gli “astri” (si veda la prima colonna della prima tabella).

Ci chiediamo tuttavia: ma in che modo è possibile identificare un ordine preciso nei 7 bracci del “sacro candelabro” (la Menorah)?

Sarebbe comunque interessante sapere in quale ordine si succedevano divinità e relativi pianeti nella “settimana babilonese”, se non altro per verificare quanto tale ordine corrisponda a quello in vigore anche al giorno d’oggi, dopo più di duemila anni; in Occidente infatti abbiamo: Sole (domenica, ‹Sunday› in inglese), Luna (lunedì), Marte (martedì), Mercurio (mercoledì), Giove (giovedì), Venere (venerdì), Saturno (sabato, ‹Saturday› in inglese).

Il sommario del volume di Robert Graves e Raphael Patai è consultabile qui.

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martedì 2 luglio 2019

La concezione del tempo nei miti greci e in quelli ebraici

Una interessante considerazione sulla diversa concezione del tempo nei miti greci e in quelli ebraici si trova nella Prefazione al volume di Robert Graves e Raphael Patai, ‹I miti ebraici› (1963, ed. Longanesi 1980); alle pp. 19-20 si legge:
Nei miti greci l’elemento tempo è trascurato come accidentale. Così, secondo alcuni, la regina Elena, che serbò intatta la sua bellezza durante i dieci anni dell’assedio di Troia e durante i dieci anni che seguirono, avrebbe dato al re Teseo una figlia, una generazione prima dell’inizio dell’assedio. Nondimeno le due storie non sono narrate dal medesimo autore, e gli studiosi greci avrebbero potuto pensare a due regine di nome Elena, oppure all’errore di qualche mitografo. Nei miti ebraici, invece, Sarah rimane irresistibilmente bella dopo il novantesimo anno di età, concepisce e partorisce Isacco e oltre a lui allatta i bimbi dei vicini. I patriarchi, gli eroi e i primi re vivono circa un migliaio d’anni. Il gigante Og sopravvive al diluvio di Noè, ad Abramo, ed è alla fine ucciso da Mosè. Il tempo è visto al telescopio. Adamo vede tutte le future generazioni dell’umanità sospese al suo corpo gigantesco; Isacco studia le leggi di Mosè (rivelate dieci generazioni più tardi) nell’Accademia di Sem, che fiorì dieci generazioni prima di lui. In verità, l’eroe dei miti ebraici non è soltanto profondamente influenzato dalle azioni, dalle parole e dai pensieri degli avi e conscio della propria profonda influenza sul destino dei discendenti, ma è ugualmente influenzato dal comportamento dei suoi discendenti, e influenza quello dei suoi antenati. Il re Geroboamo adorò il vitello d’oro a Dan, e quel culto peccaminoso stroncò la forza di Abramo quando costui inseguiva i nemici nella medesima località, mille anni prima.

Si potrebbe con ogni probabilità allargare l’indagine ad altre culture, a partire ad esempio da quella mesopotamica antica e da quella egizia, e includervi poi quella persiana, quella indiana e quella cinese, solo per citarne alcune delle maggiori e più studiate.

Un nesso altrettanto interessante si potrebbe fare con la concezione del tempo che emerge da recenti ricerche in fisica teorica, secondo le quali il tempo non sarebbe una variabile fondamentale come era ad esempio nella formulazione di Newton – ma in fondo anche nella relatività di Einstein – bensì una sorta di grandezza “termodinamica” che avrebbe senso e significato solo a partire da certe scale di grandezza, tipicamente macroscopiche o, se si vuole, “mesoscopiche” (così come avviene per la temperatura); si legga ad esempio ‹L’ordine del tempo› del fisico Carlo Rovelli (Adelphi 2017).

Il sommario del volume di Robert Graves e Raphael Patai è consultabile qui.

Il sommario del volume di Carlo Rovelli è consultabile qui.

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giovedì 27 giugno 2019

Graves, Patai, e la degradazione della donna nei miti ebraici

Nella prefazione al volume ‹I miti ebraici› (1963), di Robert Graves e Raphael Patai, edito da Longanesi (1980) nella traduzione di Maria Vasta Dazzi, a p. 15 si legge:
Un tema inesauribile del mito greco è la graduale degradazione delle donne da esseri sacri in piante, uccelli o altro. Allo stesso modo Jehovah punisce Eva per la caduta dell’uomo. Inoltre, per mascherare l’originaria divinità di Eva, sopravvisse nella ‹Genesi› il suo titolo di madre di tutti i viventi e i mitografi la presentano come nata dalla costola di Adamo, aneddoto evidentemente basato sulla parola ‹tsela›, che significa tanto «costola» quanto «caduta». Più recentemente i mitografi insistettero col dire che è nata invece dall’irsuta coda di Adamo […]. Anche i Greci diedero alla donna la responsabilità della caduta dell’uomo con l’adottare la favola di Esiodo del vaso di Pandora, vaso che la stolta moglie di un titano lasciò sturato, liberando gli spiriti della malattia, della vecchiaia e del vizio. Non bisogna dimenticare che Pandora era il nome di una dea creatrice.

La Genesi biblica sembra rovesciare miti assai più antichi – risalenti forse al neolitico – in cui la donna, “grande madre”, o “madre di tutti i viventi” sarebbe precedente all’uomo (essendo quest’ultimo senza dubbio uno dei “viventi”); viene però il sospetto che per “viventi” si potessero intendere i non mortali, quindi gli dèi, ed Eva – l’Eva neolitica – sarebbe allora generatrice degli dèi (non solo di Adamo, quindi, ma addirittura dello stesso Yahweh prima della sua “carriera” monoteista).

«[…] i mitografi la presentano [Eva] come nata dalla costola di Adamo, aneddoto evidentemente basato sulla parola ‹tsela›, che significa tanto “costola” quanto “caduta”»: sembra che il gioco di parole sia stato una costante di questo “mitema”, malgrado abbia assunto forme diverse in diverse lingue e culture; ad esempio ‹ti› come “costola” e “vita” in sumerico (si veda il saggio di Fabio Della Pergola, ‹Dall’impuro al peccaminoso›, Licosia Edizioni 2018, e una nostra annotazione in proposito, qui); probabilmente il mito sumerico era ancora in circolazione tra gli scribi babilonesi all’epoca dell’esilio, quando i sacerdoti ebrei ne trassero ispirazione per la stesura della ‹Genesi›; è però ipotizzabile che nel frattempo avesse già subito modifiche e/o adattamenti ad opera degli scribi assiro-babilonesi?
NOTA: non avrebbe perciò del tutto ragione G. Semerano, quando afferma, nel suo ‹Le origini della cultura europea› – citato dallo stesso F. Della Pergola alla nota 218 – che «di questo gioco di parole nulla rimane, è ovvio, nel racconto biblico…»; gli estensori della ‹Genesi› avrebbero in verità sostituito il “gioco di parole” originario (sumerico) con uno nuovo – e assai più malevolo nei confronti della donna – in ebraico (con buona pace di Della Pergola). NB: questa interpretazione, ovviamente, presuppone che la versione del mito a noi pervenuta sia quella originaria degli “estensori della ‹Genesi›”, cioè che non sia stata manipolata in qualche epoca successiva.

«[…] Pandora era il nome di una dea creatrice»: in che senso “dea creatrice”? Val la pena di puntualizzare che una dea femmina può “generare”, e dunque non ha necessità di “creare”, a meno che questa sua “creatività” non vada intesa in senso non materiale; ma ci pare più verosimile che la confusione tra i due termini sia stata introdotta dagli autori, oppure che si sia insinuata in fase di traduzione del testo in italiano.
NOTA: nel 1° capitolo de ‹I miti ebraici›, al punto 10, a proposito della “creazione”, vengono contrapposti i concetti di “procreazione”, e di “fabbricazione” – con quest’ultimo termine che suona alquanto stridente – ma l’intento probabile è quello di evitare ogni riferimento al concetto di “creazione dal nulla” (‹creatio ex nihilo›), che aprirebbe, questa sì, un vero e proprio “vaso di Pandora”!

Il sommario del volume di Robert Graves e Raphael Patai è consultabile qui.

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martedì 18 giugno 2019

Simonetta Ponchia, gli Anunnaki e il dogma della trinità

Il volume di Simonetta Ponchia intitolato ‹Gilgamesh, il primo eroe. Antiche storie della Mesopotamia› (Nuove Edizioni Romane, 2000), è corredato da un utile Glossario, posto alla fine del volume, nel quale, alle pp. 150 e 151 si legge:
An: è il dio sumerico del cielo; in accadico è chiamato Anu. La parola ‹an› significa proprio “cielo” e il segno con cui è scritta si legge anche ‹dingir›, “dio”. An/Anu è il padre degli dei, sposo della dea Urash o Ki, la terra.

Anunnaki: in origine era il nome degli dei più antichi, gli dei primordiali, poi ha subito variazioni nell’estensione del suo significato, designando ora gli dei supremi, ora gli dei degli inferi, dato che gli dei primordiali erano connessi con le forze sotterranee della fertilità. Nel significato di dei supremi indica i sette dei: An, Enlil, Enki, Mami, Nanna, Utu, Inanna.

A prima vista, si direbbe vi sia una contraddizione, visto che An, il padre degli dei, era identificato col cielo; tuttavia coerenza e non contraddittorietà pare non fossero requisiti essenziali per un sistema politeistico. Perché mai, comunque, le “forze della fertilità” dovevano essere “sotterranee”?

Il segno ‹dingir› (𒀭), traslitterato talvolta come ‹diĝir› e trascritto come “ᵈ” (senza virgolette), rappresentava in origine una stella, “disegnata” mediante 4 “cunei” incrociati al centro; veniva anteposto come determinativo ai nomi propri per evidenziarne la natura divina, ad esempio ᵈEn-lil₂ per il dio Enlil.

Ci chiediamo inoltre che relazione ci fosse tra questi 7 Anunnaki intesi come dèi supremi (An, Enlil, Enki, Mami, Nanna, Utu e Inanna) e il sistema di numerazione tradizionale utilizzato in Mesopotamia, che era notoriamente a base sessagesimale. Si tenga presente che in tale sistema 7 è il minimo divisore di un generico intero che non dà (sempre) un risultato finito; proprio come il 3 nel nostro sistema decimale, che è suscettibile di produrre per divisione infinite cifre decimali. La divisione di una data quantità per 7 era un problema che uno scriba degno di tale qualifica doveva saper risolvere speditamente, magari per approssimazione.

NOTA 1: sarà per un motivo analogo che i cristiani hanno il dogma della trinità?

NOTA 2: ci sarebbe anche il sospetto che i 7 dèi supremi (An, Enlil, Enki, Mami, Nanna, Utu e Inanna) fossero legati ai 7 “pianeti” noti e osservabili con i mezzi disponibili all’epoca; e qualora questi fossero stati fatti corrispondere anche a giorni successivi (come avviene anche oggi, almeno in Occidente), si potrebbe avanzare l’ipotesi che la settimana non sia stata un’invenzione degli ebrei (sullo schema del mito della Creazione), ma che essa esistesse già nella cultura babilonese, e sia stata al contrario la ‹Genesi› ad averla presa in prestito. Da verificare.

Il sommario del volume di Simonetta Ponchia è consultabile qui.

Il glossario posto alla fine del volume, contenente diversi termini sumeri, accadici e assiro-babilonesi, nonché nomi di dèi, eroi e personaggi, è accessibile qui.

Uno schema cronologico della letteratura sumero-accadica, posto anch’esso alla fine del volume, è consultabile qui.

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lunedì 17 giugno 2019

FAQ: come eseguire ricerche nelle annotazioni

È possibile ricercare post che contengono termini specifici nel loro testo immettendo tali termini nel campo “Cerca nelle Annotazioni” che si trova in alto nella spalla a destra della pagina, sotto Informazioni personali. Ad esempio, immettendo “gnothi” (senza virgolette) si ottengono le annotazioni che contengono tale parola (eventualmente un solo post, o anche nessuno, nel caso in cui il termine non venga trovato).

Se si desidera un elenco dei post che contengono allo stesso tempo più parametri di ricerca, si possono semplicemente concatenare tali parametri mediante spazi. Ad esempio, immettendo “agostino erodoto” (senza virgolette) si ottengono quelle annotazioni che contengono entrambe le parole, anche in ordine diverso da quello immesso. Se invece si desidera una particolare sequenza, è sufficiente racchiudere la stringa cercata tra virgolette. Ad esempio, "tempio di Apollo" (con le virgolette, ed eventuale punteggiatura intermedia) estrarrà solo le annotazioni che contengono la sequenza indicata.

Se si desidera trovare le annotazioni contenenti sia “monoteismo”, sia “monoteismi” (ma non necessariamente tutti e due), è sufficiente cercare la parte comune alle due parole, cioè “monoteism” (senza virgolette e senza caratteri wildcards), ma attenzione: non sempre questa modalità di ricerca funziona. In alternativa, è possibile concatenare le parole cercate con la barra verticale (|); nella fattispecie “monoteismo|monoteismi” (senza virgolette). Questo secondo metodo, se attivo, consente di cercare anche occorrenze di termini che non hanno nulla in comune, ad esempio “humilitas|eudaimonistico” (senza virgolette) estrarrà quei post che contengono almeno uno dei 2 termini specificati.

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